Zhang Changxiao tenta di sfatare alcuni cliché sui cinesi e sulla comunità forse più misteriosa agli occhi degli italiani
«Siamo tutti uguali, indistinguibili. Non facciamo altro che lavorare. Mangiamo i cani. Sputiamo a terra. Parliamo a voce troppo alta o troppo bassa. Non paghiamo le tasse. Non moriamo mai. Non ci vedete nei vostri ospedali, nelle vostre scuole, nei vostri cimiteri. Eppure siamo qui, condividiamo il vostro spazio. Siamo cinesi. E quello che sapete su di noi è per la maggior parte falso». Questo il concetto fondamentale espresso nel libro di Zhang Changxiao La costellazione del dragone (192 pagg., prezzo 17,50 euro) , edito da Piemme Edizioni e pubblicato lo scorso febbraio.
Con ben due prefazioni ad opera di due nomi importanti del panorama musicale italiano, Mogol e Roberto Vecchioni, questo testo originale si prefigge di sfatare alcuni luoghi comuni condivisi da chi la Cina la conosce poco o niente, proponendosi di aiutare a conoscerla meglio e a non vederla più come qualcosa di esotico e lontano, ma piuttosto come un vicino di casa o un amico da poter facilmente comprendere.
La voce narrante è quella di un giovane cinese, affermatosi in Italia, che vive a metà fra i due Paesi, come tanti della sua generazione, che viaggia di continuo fra Cina e Italia e che ha sentito l’esigenza di raccontare il mondo delle Chinatown italiane e della misteriosa comunità cinese in Italia dal punto di vista di un insider. Una comunità così descritta nell’introduzione del testo: «I cinesi non sono più, o non sono interamente, un popolo di lavoratori indefessi che sopravvivono con un piatto di riso e dormono in otto nella stessa stanza. Non sono più, o forse non sono mai stati, un popolo che pensa soltanto ai soldi, capace unicamente di copiare le idee altrui. Non saranno mai persone tutte uguali, interscambiabili, fatte in serie». Perché purtroppo è questo che spesso si pensa di loro, non conoscendone le abitudini e accontentandosi di una visione superficiale e stereotipata, senza preoccuparsi di approfondire e informarsi realmente. Perché forse è più facile attaccare e giudicare ciò che non si conosce e che fa paura.
Nella sua prefazione, Mogol afferma che «Sean White accende, finalmente, un raggio di luce su migliaia di persone che vivono qui, vicino a noi, ma di cui sappiamo ancora troppo poco». Vecchioni si sofferma su considerazioni più ampie, che anticipano la spiegazione di alcune caratteristiche, per molti incomprensibili, del popolo cinese e delle più comuni differenze tra i due popoli, esprimendo inoltre il concetto della facilità di giudizio da parte di noi italiani, «che siamo bravissimi a sparar sentenze e sghignazzare sui luoghi comuni, credendoci indenni», quando noi per primi non siamo mai stati dei santi.
Nel testo l’autore svela, anche con un po’ di ironia, i misteri che avvolgono i nostri vicini di casa dagli occhi a mandorla, rispondendo a tutti i quesiti che, in genere, ci si pone. Analizza, inoltre, i cambiamenti intercorsi dal passato ad oggi, per far capire quanto, molto spesso, si resti legati a idee e abitudini ormai superate nelle nuove generazioni, soffermandosi anche sulla relatività dei concetti di “made in Italy” e “made in China” nella realtà globalizzata di oggi.
È un testo di facile lettura quello di Zhang Changxiao, che utilizza un linguaggio diretto, toccando il lettore nella quotidianità della realtà italiana, ormai multiculturale, fatta di seconde e terze generazioni di cittadini di origine cinese, e che si augura di favorire il percorso dell’integrazione, contribuendo a una maggiore comprensione reciproca fra due culture diversamente ricche. Un testo che aiuterebbe molti italiani a capire qualcosa in più, prima di parlare.
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