Riportiamo l’articolo di Xinhua sul nuovo libro Noi restiamo qui, edito da Cina in Italia, che racconta il lockdown dei cinesi in Italia
(XINHUA) – ROMA, 15 OTT – Un gruppo di cittadini cinesi residenti in Italia, appartenenti a vari ceti sociali e sparsi per tutto il Paese, ha messo nero su bianco in un libro la propria esperienza durante la pandemia di nuovo coronavirus. L’opera di 232 pagine, pubblicata sia in cinese che in italiano e co-firmata da tutti gli autori, si intitola Noi restiamo qui. Come la comunità cinese ha vissuto l’epidemia. «Cina e Italia sono legate in molti modi e il coronavirus è un altro di questi», spiega Hu Lanbo, residente a Roma dal 1989, che ha lanciato e curato il progetto e scritto in prima persona due capitoli. La donna si riferiva al fatto che Cina e Italia sono stati i primi due Paesi ad affrontare i principali focolai di Covid-19.
Hu ha rivelato a Xinhua che l’idea le è venuta durante i primi giorni dell’epidemia in Italia. «Una donna italiana ha contattato l’ufficio dove lavoravo per chiedere se potevamo aiutarla a trovare delle mascherine per suo figlio, che soffriva di leucemia», ricorda Hu. «Il bambino era in ospedale e doveva indossare una mascherina ma allora erano difficili da trovare in Italia, soprattutto quelle per i bambini». L’autrice ha sparso la voce su WeChat, un’app cinese di messaggistica istantanea, ricevendo molti suggerimenti utili.
Alla fine, ricorda Hu, due donne cinesi di Roma le hanno regalato 50 mascherine tra quelle che avevano raccolto per i propri figli. Presto è cresciuta anche la consapevolezza sull’utilità di questi dispositivi di protezione e così un gruppo di mamme è arrivato a raccogliere 80.000 yuan (circa 10.000 euro o 12.000 dollari), sufficienti per acquistare 20.000 mascherine, donate in seguito al principale ospedale pediatrico della capitale. «Parlando con altri cittadini cinesi residenti in Italia, mi sono resa conto che quasi ogni individuo, famiglia o organizzazione ha svolto un proprio ruolo nel fornire mascherine o altri tipi di aiuto», spiega Hu. «L’idea del libro è nata da lì».
«Qui in Italia abbiamo la reputazione di essere una comunità chiusa ma se fosse vero come mai la reazione dei cinesi è stata così generosa?», si interroga Hu. «Eravamo in una situazione unica: avevamo la preparazione culturale ricevuta in Cina, lo spirito collettivo, ma eravamo anche parte della comunità in Italia e sentivamo una profonda responsabilità legata a questa appartenenza». Hu ricorda inoltre di aver invitato vari membri della comunità cinese stabilmente residenti in Italia, comprese personalità legate al turismo, attori, traduttori, designer, scrittori, musicisti, educatori e mediatori culturali da Palermo fino a Torino, a raccontare come la pandemia ha cambiato le loro vite. Alla donna hanno risposto 20 persone, presentando le proprie storie riportate nel libro, inclusa una poesia. La maggior parte era scritta in cinese ed è stata tradotta in italiano.
«Un filo conduttore della storia è che ci siamo resi tutti conto che stavamo affrontando le stesse sfide che fronteggiavano gli italiani e abbiamo dovuto lavorare insieme per combatterle», sottolinea Hu. «Le differenze culturali non hanno fermato il nostro desiderio di comprenderci». «Sono passati otto mesi dall’inizio della pandemia in Italia e tre da quando abbiamo ricevuto l’ultimo contributo all’opera», ricorda Hu. «Abbiamo catturato un pezzo di storia raccontando le nostre vite in un periodo così insolito, è questo che dà un significato al libro».
Nel primo capitolo, Hu riassume lo scopo del volume alla cui edizione ha lavorato in prima persona. «Restiamo qui in questa terra chiamata Italia», scrive Hu. «Non è che non abbiamo paura, è che non possiamo sopportare di lasciarla: amiamo l’Italia come fosse la nostra patria e abbandonarla ci spezzerebbe il cuore».
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Clicca qui per leggere l’articolo in inglese di Eric J. Lyman per Xinhua http://www.xinhuanet.com/english/2020-10/15/c_139440673.htm



