Ora che l’epidemia di nuovo Coronavirus nella città è sotto controllo, diverse équipe mediche lasciano Wuhan, ma non è un addio
La stazione ferroviaria di Wuhan, città focolaio dell’epidemia da nuovo Coronavirus in Cina, è rimasta semideserta per oltre un mese. Fino a tre giorni fa, quando diverse équipe mediche che hanno operato negli ospedali della città per combattere l’epidemia sono ripartite per tornare a casa, tra i saluti calorosi e la forte emozione dei presenti.
Xinhua riporta l’esperienza della dottoressa Lu Jia: «Il dovere dei medici è di salvare i pazienti. Il mio è quello di proteggerli dalle infezioni». Agli occhi dei suoi colleghi, la dottoressa Lu Jia è stata “l’angelo custode” di oltre 130 operatori sanitari inviati a Wuhan per contribuire alla lotta contro l’epidemia di nuovo Coronavirus. La dottoressa Lu, 35 anni, è un medico del dipartimento di gestione delle infezioni nosocomiali presso l’Istituto Oncologico Ospedaliero della Medical University di Tianjin, nel nord della Cina. È stata tra i primi operatori sanitari a essere inviati il 26 gennaio a Wuhan, dove dalla sola Tianjin è confluito un totale di ben 138 medici. «All’inizio, ero molto preoccupato per lei e ho persino pensato di prendere il suo posto a Wuhan», affermava il dottor Zheng Lei, marito della dottoressa e anch’egli medico in servizio in un ospedale. «Ma so che i suoi colleghi hanno bisogno di lei più di me».
Durante i 50 giorni passati a Wuhan in un ospedale scelto per accogliere i pazienti affetti dal nuovo Coronavirus, la dottoressa Lu si è impegnata a proteggere dall’infezione i suoi colleghi, medici e infermieri, e ad evitare contaminazioni tra i pazienti. A ogni turno Lu aiutava i medici a indossare correttamente i dispositivi di protezione, sterilizzava le attrezzature, le apparecchiature, le strutture e le strumentazioni sanitarie nei reparti ospedalieri, disinfettava l’aria con luce ultravioletta e aiutava a gestire i rifiuti sanitari.
Lu e i suoi quattro colleghi controllavano e aiutavano i medici a indossare e togliere le tute protettive oltre 150 volte al giorno e a disinfettare le attrezzature mediche in media sei volte al giorno. «Ci comportiamo come genitori preoccupati, ricordiamo continuamente ai colleghi medici di adottare misure di protezione complete e corrette», spiega. «Anche al personale sanitario spieghiamo come evitare i contagi causati da schizzi di secrezioni e come gestire eventuali emergenze da esposizione a materiale infetto quando si eseguano operazioni invasive», aggiunge Lu. «Facciamo del nostro meglio per rassicurarli e combattere le loro paure».
«Il nostro compito principale è quello di creare un ambiente di lavoro sicuro e sano per medici e infermieri ad alto rischio di contagio», prosegue la dottoressa. «Per salvare un maggior numero di pazienti, i medici devono proteggersi e non cedere al virus». A causa della lunga esposizione ai disinfettanti contenenti elevate concentrazioni di cloro, infatti, i medici preposti alle infezioni negli ospedali soffrono di allergie e lesioni del tratto respiratorio, degli occhi e della mucosa nasale. «Ogni giorno, siamo i primi a indossare gli indumenti protettivi e gli ultimi a toglierli perché dobbiamo assicurarci che tutti i nostri colleghi lascino i reparti in sicurezza prima di uscire», spiega la dottoressa Lu. «Noi cinque abbiamo lavorato su diversi turni per oltre un mese ed è stato davvero difficile», aggiunge il dottor Song Zhouyang, membro della squadra preposta alla gestione delle infezioni ospedaliere. «Ma i nostri sforzi non sono stati vani: i pazienti infetti sono guariti e nessuno dei nostri colleghi è stato contagiato».
Il 17 marzo, il primo gruppo di 3787 operatori sanitari appartenenti a 49 diverse équipe mediche provenienti da tutta la Cina, impiegate in 14 strutture ospedaliere provvisorie e 7 ospedali scelti a Wuhan per accogliere i pazienti COVID-19 positivi, ha cominciato a lasciare la provincia dello Hubei, una volta che l’epidemia è stata contenuta. La dottoressa Lu era tra questi. «Il primo giorno che sono arrivata a Wuhan, non vedevo l’ora di tornare a Tianjin in sicurezza», confida Lu. «Ma ora che è arrivato questo giorno, provo sentimenti contrastanti: non dimenticherò mai la mia esperienza a Wuhan». All’arrivo, Lu e i suoi colleghi sono stati messi in quarantena per 14 giorni prima di poter riabbracciare i loro cari. Ad aspettarla a casa c’è una figlia di 6 anni, che ha perso il suoprimo dente e imparato tante nuove parole dopo la partenza di sua madre per Wuhan. «Manterrò la mia promessa», sorride Lu. «Torneremo tutti a casa sani e salvi».
Altra esperienza, raccontata da China News Service, è quella di Fan Rui, infermiera dell’équipe medica del Ningxia, la quale racconta di essere stata a Wuhan solo per 43 giorni, ma la città l’ha catturata, «non solo per lo scenario incantevole e il cibo delizioso, ma anche per la gente del posto». Nell’atrio dell’ospedale provvisorio, racconta, gli operatori sanitari e i pazienti hanno fatto attività fisica, ballato e cantato insieme. Un paziente ha invitato Fan Rui a tornare a Wuhan una volta che tutto sarà finito, per salire sullo Huanghelou o la Yellow Crane Tower, visitare i famosi ciliegi in fiore della città o assaggiare i deliziosi gamberi d’acqua dolce locali. «È stata la mia prima esperienza a Wuhan, ma la sento già come una seconda casa», rivela l’infermiera.
Il prossimo anno, con la fioritura degli alberi di ciliegio, tornerà a Wuhan con la sua famiglia anche Li Kanghua, vice direttore dell’équipe del primo gruppo di operatori sanitari mandati nello Hubei dalla provincia dello Hunan. Circa 3000 ufficiali di polizia sono stati impegnati per assistere la partenza dei medici. Lodevoli e piene di gratitudine le parole del segretario di partito a Wuhan, Wang Zhonglin, che li ha chiamati “angeli di luce”, “messaggeri di speranza” e “veri eroi”: «La gente di Wuhan vi sarà grata per sempre». Non potendo salutarli di persona, i residenti locali in auto-quarantena li hanno ringraziati in cuor loro. Alcuni hanno commentato sui social: «Riposatevi e tornate a Wuhan il prossimo anno, quando fioriranno i ciliegi!»
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