di ZHANG CHANGXIAO
Il punto di vista dello scrittore cinese a Milano che lavora per l’integrazione fra Italia e Cina, contro ogni discriminazione nel periodo del coronavirus
La scorsa settimana, un’amica italiana mi ha fatto una domanda: da qualche settimana il coronavirus ha molto raffreddato i rapporti sociali ed economici con la Cina, se fosse partito da una città italiana e non da Wuhan i cinesi come avrebbero reagito nei nostri confronti? È strano, ma appena una settimana dopo è successo davvero nella regione dove mi trovo io, in Lombardia, ed è incredibile che solo un mese fa ho scritto a parenti e amici in Cina per avere notizie delle loro condizioni. In questi giorni, invece, si sono preoccupati loro per me, inviandomi messaggi su WeChat.
A mio avviso, Milano è diversa da Roma e da altre città italiane. Parlo della sua internazionalizzazione, ci sono immigrati provenienti da diversi Paesi che qui si raccolgono, si scontrano e iniettano nuova vitalità alla città. In confronto, in questi giorni altre piccole città non sono così fortunate. Ho sentito dello spiacevole episodio di discriminazione da parte di un ragazzo italiano verso un anziano cinese che ha coinvolto Francesco Facchinetti a Mariano Comense, un comune lombardo, perché è intervenuto per colpire il ragazzo ed è stato poi esaltato dai media cinesi come un eroe. Naturalmente, ritengo non sia questo il risultato che vogliamo vedere.
Rientrato a Milano, mi sono accorto che è ancora diversa rispetto a prima: le scuole e molte strutture sono state chiuse, ci sono pochissime persone nel quartiere cinese, la città sembra molto fredda e i supermercati saccheggiati. Anche i miei incontri con Giovanni Allevi e Roberto Vecchioni sono stati rinviati. Un collega del Centro di interscambio culturale italo-cinese è appena rientrato dalla Cina e in questi giorni si è messo in quarantena volontaria a casa. Ha detto che tornato dall’aeroporto, tutto era freddo e desolato, per lui era così strano che in Italia non ci fossero così tanti controlli e si permetteva a tutti di entrare dopo aver controllato solo la temperatura e non venivano adottate misure di isolamento come in altri Paesi. Credo che sia questo il motivo per cui ora in Italia la situazione si è aggravata.
In questi giorni, sulle strade principali si vedono molti cinesi indossare la mascherina e alcuni italiani, quando li vedono, si allontanano o volgono lo sguardo da un’altra parte. In realtà, quei cinesi non la indossano perché hanno il virus, ma semplicemente per proteggere loro stessi e anche per non creare problemi inutili agli altri. Ad esempio, per andare al supermercato anche io ho indossato la mascherina e le persone nelle vicinanze hanno mantenuto le distanze per quel che potevano, i genitori per proteggere i figli coprivano loro la bocca con le mani. Questa immagine ricorda davvero la scena di un film cinese degli anni Ottanta sulla guerra contro i giapponesi.
Per rispondere alla domanda iniziale della mia amica, penso che se il virus fosse partito da una città italiana, le reazioni dei cinesi sarebbero state più o meno simili a quelle attuali degli italiani. Molte persone proverebbero empatia verso l’Italia e cercherebbero di aiutare, mentre altri, per paura o ignoranza, potrebbero purtroppo discriminare e cercare di stare lontano dagli italiani. Penso che sarebbe così in qualsiasi Paese, la discriminazione è ovunque, non appartiene a un solo popolo e nasce quando viene meno l’empatia e manca la conoscenza dell’altro. Come superarla? Questo è un dilemma che accomuna l’intera umanità.
Vorrei, però, spronare anche i miei compatrioti cinesi. Uscite dalle vostre case, dalle vostre strade e osservate l’Italia e tutto ciò che offre di bello. Non è così lontana da voi come di primo acchito potreste credere. Non considerate questo Paese solo come un luogo da sfruttare, per guadagnare soldi o per vivere meglio in generale, ma piuttosto come un luogo al quale anche voi potete dare il vostro contributo. Insomma, quello che mi sento di dire è che il muro, metaforico, che fino ad ora ha avvolto il vostro e il nostro popolo, le vostre città e le chinatown, deve essere abbattuto. A voi italiani chiediamo una maggiore pazienza, un desiderio di scoperta e di non aver paura del “dragone” cinese; da noi cinesi esigiamo maggiore apertura e un desiderio di uscire dai confini, che siano geografici o mentali, che ci siamo costruiti. Da entrambi rispetto, spazio per respirare, comprensione della diversità. Le cose già si stanno muovendo in questo senso e vedo che sempre più cinesi si preoccupano dello spazio in cui vivono, prendono a cuore l’Italia e le sue città, spazio che ormai appartiene un po’ anche a loro.
Vorrei che tutti quanti potessimo sempre tenere a mente questa massima quando ci troviamo a parlare di stranieri, comunità, integrazione e immigrazione: la comunicazione crea armonia e l’armonia crea sviluppo. Nell’augurio che tutta la “confusione” creata dall’arrivo nel Belpaese di quel primo uomo cinese più di un secolo fa si risolva nell’aumentare quella bellezza e nell’aumentare ancora di più il desiderio di conoscenza fra i due popoli. La nostra presenza qui non è un’invasione di campo o un difetto da emendare, ma una ricchezza, una vostra risorsa. E lo Stato, come un grande padre, ha il dovere di sfruttare al meglio il talento dei propri figli e non di direzionarli tutti verso un unico futuro, un’unica prospettiva. I cinesi d’Italia sono come il figlio che non eravate preparati ad avere ma che, una volta cresciuto, spronato e aiutato nelle sue iniziali difficoltà, vi ripaga come non avreste mai immaginato. Il mondo sta andando sempre più verso l’integrazione e la globalizzazione: di quel futuro noi siamo le sentinelle, capaci di indicarvi la direzione. Persone con identità nuove di zecca, nelle quali accadono cose misteriose e strane, ma i cui segreti, se provate ad ascoltarli, potreste ritrovarvi a voler imparare.



